martedì 9 luglio 2019

Accelerata per gli impianti di Compostaggio a Casal selce e Cesano


Parla il ministro dell'ambiente Segio Costa
E’ stato un incontro importante e costruttivo quello di oggi. E non era scontato. Però: in ogni momento, anche quando è salita la tensione, nessuno ha perso di vista la priorità: il bene dei cittadini.

E di questo ringrazio la sindaca Virginia Raggi, la prefetta di Roma Gerarda Pantalone  e il presidente regionale Nicola Zingaretti.

E’ stata stabilita una road map serrata per uscire dalla criticità di Roma: l’ordinanza regionale sarà rimodulata, la raccolta straordinaria di Ama ulteriormente potenziata, ci sarà un incontro dei tecnici ogni due giorni per monitorare la situazione costantemente e raccogliere e conferire i rifiuti accumulati.

Gli impianti nella Regione prenderanno fino al massimo della capienza i rifiuti di Roma e nel giro di pochi giorni i cittadini romani avranno finalmente quello che legittimamente pretendono da tempo e per questo chiedo ai comuni e alle province limitrofe di avere pazienza. So benissimo che non deve diventare una situazione strutturale, lo sappiamo tutti. E non lo diventerà. Ma la loro pazienza è un regalo alla Capitale d’Italia e quindi al Paese intero.

Ci sono già preaccordi per gestire il medio termine, nel frattempo che il piano regionale si chiuda, entro l’estate, come promesso, e che Roma si doti di impianti, sostenibili e di prossimità.
Intanto partiranno a breve i due impianti per il compost a Casal Selce e Cesano.


Sappiamo che un meccanismo come questo può incepparsi per mille motivi attinenti a una fragilità del sistema che viene da lontano, e che abbiamo ereditato in città. Ma siamo e saremo qui pronti a vigilare, e a fare in modo che tutto funzioni.








Il  progetto dell’impianto di compostaggio a Cesano

Studio del suolo, impatto sul territorio circostante e precauzioni. Sono i punti trattati all’interno della documentazione ora al vaglio degli uffici competenti: centinaia di pagine di relazioni tecniche dettagliate e tavole illustrative. Nel XV municipio, il progetto si estende su una superficie totale di 70mila metri quadri e individua l'area scelta in via della Stazione di Cesano. "Dall’ingresso sarà possibile accedere alle attrezzature di supporto alla raccolta differenziata e al riutilizzo dei materiali, isola ecologica e centro di riuso creativo, oppure procedere verso la zona a parco che ospita gli orti". L’impianto di compostaggio, anche esso visitabile, è previsto nella zona più distante dalla strada di accesso. A Casal Selce, l’area del progetto ricade nel territorio del municipio XIII, situata tra le frazioni di Castel di Guido, Casalotti e Massimina. Il sito dovrebbe sorgere nel territorio che si trova prima di arrivare sulla via Aurelia, dopo la Cava.

Impianti di compostaggio: come funzionano

“Il compostaggio è un processo attraverso il quale la sostanza biodegradabile viene degradata ad opera di microrganismi (batteri, lieviti, muffe) in presenza di ossigeno” si legge nei due progetti di Ama. La parte organica della raccolta differenziata diventa compost da utilizzare in agricoltura. "I due impianti funzioneranno 365 giorni all’anno, la consegna del materiale, invece, avverrà solo sei giorni a settimana. In ognuno dei due impianti è previsto che entreranno e usciranno quotidianamente 24 mezzi al giorno". A  Cesano l’impianto sarà in grado di trattare i rifiuti organici prodotti annualmente da circa 450mila abitanti, considerando come bacino d’utenza i municipi XIV, XV e parte del III, mentre i municipi che conferiranno a Casal Selce saranno il XIII, il XII e parte del XIV.
Finalmente Roma avra' due impianti di compostaggio. Ma è solo l'inizio del piano industriale per la gestione dei rifiuti post Malagrotta, che prevede la realizzazione di 14 impianti.





domenica 7 luglio 2019

COS’È L’ECONOMIA CIRCOLARE DEI RIFIUTI




Ogni anno un cittadino dell’Unione Europea genera in media 4,5 tonnellate di rifiuti, di cui circa la metà viene smaltita in discarica.
Numeri impressionanti che non possiamo più sostenere, sia dal punto di vista ambientale che economico.
Sono gli effetti collaterali della cosiddetta economia lineare, basata sulla produzione di un bene, il suo consumo e il conseguente smaltimento. A questa è essenziale contrapporre con forza un modello di economia circolare dei rifiuti, che superi il concetto di fine vita della materia.
Non si tratta di un obiettivo utopico, ma è senza dubbio complesso da raggiungere,non senza l’intervento congiunto di vari soggetti: dal legislatore ai produttori, dagli enti di salvaguardia ambientale alle infrastrutture per la gestione dei rifiuti, passando per il personale addetto alla raccolta e allo smaltimento.
In ultimo, ma non per importanza, il cittadino, che deve impegnarsi a seguire un modello di vita e di consumi ecosostenibile, che riduca al minimo la sua impronta ecologica.
Vediamo insieme in cosa consiste questo modello di economia circolare dei rifiuti.
Per comprendere il concetto di economia circolare è sufficiente osservare ciò che accade in natura.
In natura, in effetti, non esiste il rifiuto. Tutto ciò che viene prodotto ha uno scopo e tutto ciò che diviene scarto si trasforma in nuova risorsa, innescando un circuito virtuoso che si autoalimenta.
Ecco cosa si intende per economia circolare dei rifiuti, un sistema in cui si supera il percorso produzione-consumo-smaltimento per sostituirlo con un modello, appunto, circolare, dove il prodotto di scarto finale viene re-immesso in circolo come materia prima seconda.
Quindi, dopo il consumo e prima dell’eventuale smaltimento, è necessario attivare dei processi virtuosi come la riparazione, il riutilizzo, il riciclo.

COS’È L’ECONOMIA CIRCOLARE DEI RIFIUTI

Una definizione di economia circolaremolto chiara è quella fornita dalla Commissione Europea:
«Un’economia circolare mira a mantenere per un tempo ottimale il valore dei materiali e dell’energia utilizzati nei prodotti nella catena del valore, riducendo così al minimo i rifiuti e l’uso delle risorse. Impedendo che si verifichino perdite di valore nei flussi delle materie, questo tipo di economia crea opportunità economiche e vantaggi competitivi su base sostenibile».
Quali sono le caratteristiche dell’economia circolare?
  • Senza sprechi;
  • utilizza le risorse in maniera efficiente;
  • preserva il capitale naturale;
  • favorisce la protezione, valorizzazione e il ripristino della biodiversità;
  • basse emissioni di CO2;
  • presuppone una crescita economica sganciata dal consumo di risorse;
  • contribuisce a creare una società globale sicura e sostenibile.
Per poter realizzare il passaggio a un’economia circolare occorre intervenire in tutte le fasi della catena del valore.

PERCHÉ DOBBIAMO PASSARE AD UN’ECONOMIA CIRCOLARE DEI RIFIUTI?

Come accennato, il modello economico lineare non è più sostenibile, ma perché?
Beh, sostanzialmente per 4 ragioni:
  1. le risorse naturali sono limitate e si stanno rapidamente esaurendo;
  2. le consumiamo troppo velocemente, prima che la Terra riesca a produrne di nuove;
  3. le sfruttiamo in maniera inefficiente, sprecandone una grande quantità;
  4. produciamo troppi rifiuti da trattare, gestire e smaltire.
Ma come si fa a passare ad un modello di economia circolare?
Vediamo insieme i vari step.

BISOGNA SUPERARE I PRODOTTI A VITA BREVE

Oggi circa il 90% del fatturato dell’industria europea è basato su un modello economico lineare:
  • prendi, produci, usa e getta.
A ricoprire un ruolo centrale nello sviluppo di un modello di economia circolare dei rifiuti, quindi, è il mondo delle imprese, che deve iniziare a ripensare le fasi di progettazione, produzione e commercializzazione dei prodotti.
Bisogna superare – e lentamente ci si sta arrivando – l’idea del prodotto a vita breve, così come quelli usa e getta, e integrare nella filosofia aziendale l’idea della durata, del riutilizzo, della riparazione, della ricostruzione e del riciclaggio.
Non si può più prelevare materie prima dalla terra – iper sfruttata e ormai incapace di soddisfare le nostre esigenze – per realizzare un prodotto che, in pochissimo tempo, diventerà un rifiuto, magari anche di difficile smaltimento.

UN NUOVO APPROCCIO DA PARTE DEL CONSUMATORE

Per quanto essenziale sia il ruolo di chi produce i beni disponibili sul mercato, non possiamo certo sottovalutare il comportamento del consumatore.
Banalmente, se le industrie continua a produrre prodotti di plastica usa e gettanoi consumatori possiamo iniziare a mandare un messaggio chiaro, evitando di acquistarli.
Ma non solo.
Dobbiamo imparare ad allungare il più possibile il ciclo di vita di un prodotto o di un materiale, abbandonando quella cultura dello spreco che si è diffusa in particolare negli ultimi decenni.
Se un elettrodomestico si guasta, ad esempio, siamo più propensi ad acquistarne uno nuovo piuttosto che a farlo riparare.
Spesso buttiamo via oggetti ancora in ottime condizioni spinti dalla voglia di cambiare, di rinnovare.
In questo modo, però, non facciamo che contribuire a ingigantire un problema già complesso, mandando in discarica prodotti e oggetti che potrebbero essere riparati, riutilizzati, o semplicemente donati a qualcuno che potrebbe averne bisogno.

CONCLUSIONI

Il passaggio da un modello di economia lineare ad un’economia circolarepresuppone, come visto, un vero e proprio cambio di paradigma, una deviazione netta rispetto al percorso compiuto fino ad ora.
Questo processo, essenziale per il nostro futuro e di quello del pianeta, coinvolge tutti, nessuno escluso, dal produttore al consumatore, dalla catena di distribuzione alla gestione dei rifiuti.
Serve l’impegno di tutti, ogni giorno.

Gestione dei rifiuti il trattamento meccanico-biologico (TMB




Nella gestione dei rifiuti il trattamento meccanico-biologico (TMB) è una tecnologia di trattamento a freddo dei rifiutiindifferenziati (e/o residuali dopo la raccolta differenziata) che sfrutta l'abbinamento di processi meccanici a processi biologici quali la digestione anaerobica e il compostaggio. Appositi macchinari separano la frazione umida (l'organico da bioessicare) dallafrazione secca (cartaplasticavetro, inerti, ecc.); quest'ultima frazione può essere in parte riciclata oppure usata per produrre combustibile derivato dai rifiuti (CDR) rimuovendo i materiali incombustibili



Come funziona un impianto :
Si approfondisce il funzionamento di un impianto tipo con un ingresso di 100 000 t/a di rifiuti urbani residui di una raccolta differenziata efficiente, sulla base dei dati del documento citato Gestione dei rifiuti a freddo, elaborato sulla base dell'esperienza tedesca.
Il pretrattamento elimina i rifiuti ingombranti non riciclabili e tritura il resto, con aggiunta di acqua.
La separazione fornisce:
  • Grazie a un sistema ottico-elettronico che li riconosce e smista con degli eiettoripneumatici, imballaggi in plastica densa (HDPEPET) di qualità, riciclabili quanto il differenziato e quindi di alto valore commerciale, per circa 2 000 t/a, oltre a circa 2 500 t/a di altri tipi di plastica densa.
  • Con dei separatori a corrente d'aria, miscela di carta e cartone (10 300 t/a) e pellicole di plastica (5 700 t/a). Il valore commerciale è basso, però si possono separare le due componenti a umido, e quindi usare la carta nel successivo compostaggio oppure venderla a una cartiera, mentre le pellicole possono essere riciclate (sotto-riciclaggio).
  • Con un ulteriore sistema ottico-elettronico, sopravvaglio (80 – 200 mm) pesante, da cui si può recuperare il vetro (almeno il 60% di quello presente; 1 500 t/a circa).
  • Con magneti, materiali ferrosi per 1 530 t/a leggermente contaminati da materiale organico (nessun problema per il riciclo).
  • Con due separatori a mulino a vortice, metalli non ferrosi per 2 000 t/a.
Dapprima un getto d'aria avvia la formazione di batteri aerobi per l'eliminazione dei rifiuti organici. Le correnti di Coulomb sono talvolta utilizzate per l'identificazione e rimozione dei materiali non ferrosi. Impianti di questo tipo, a funzionamento meccanico-biologico, senza i riconoscitori ottici, erano già operativi negli anni '30.
I liquidi rimasti (63 000 t/a di cui 18 000 t/a di acqua aggiunta nella fase precedente, recuperabile per il compostaggio) sono sottoposti a digestione anaerobica, con un processo efficiente grazie alla precedente pulizia del materiale. Il processo dura quattro settimane in un ambiente chiuso (degradazione intensiva), più altre dieci in un'area coperta, e comporta una riduzione in peso di circa il 40%, soprattutto per l'evaporazione dell'acqua, e in parte per la degradazione dell'organico in anidride carbonica. Si ottengono 3 700 t/a di biogas, 18 000 di acqua da trattamento, 3 000 di sabbia, 35 000 di materiale da avviare al compostaggio finale. Il biogas permette di produrre circa 80–100 kWh di elettricità e 100–180 kWh di calore per tonnellata di rifiuti totali in ingresso (supponendo una raccolta differenziata efficiente). La maggior parte dell'energia è usata nell'impianto stesso, il cui bilancio energetico è neutro o leggermente positivo (si può aumentare il recupero energetico a scapito del recupero di materiale, ma questo non ha convenienza né economica né ambientale).
Alla fine del processo di separazione, non solo si sono recuperati dei materiali utili (riducendo le esigenze energetiche dell'impianto), ma si sono anche eliminate sostanze che in discarica costituiscono un notevole problema (nel caso del biogas, per l'effetto serra; negli altri, per l'inquinamento a lungo termine o la percolazione). A questo punto si hanno circa 27 000 t/a di materiale prevalentemente organico che può essere conferito senza problemi in discarica in ottemperanza alle leggi più recenti. Tuttavia, è conveniente selezionare un'ulteriore parte di circa 7 000 t/a a maggiore concentrazione organica e con ridotta contaminazione di metalli pesanti, che può fungere da compost di qualità inferiore. L'ammendante ottenuto, non derivando da raccolta differenziata, è di qualità inferiore in quanto può contenere piccole tracce di altri rifiuti che gli impianti non riescono a separare, e non può pertanto essere usato nel settore agricolo, ma è utile per reintegrare nutrienti nei suoli (sequestrando anidride carbonica, fra l'altro).
Le rimanenti 20 000 t/a vanno conferite in discarica, insieme a una certa quantità di sabbia dal digestore e rifiuti ingombranti non riciclabili, tolti all'inizio, per un totale di circa 24 000 t/a (meno di un quarto del peso iniziale) o quasi 30 000 se non si trova impiego per la pellicola di plastica.

giovedì 4 luglio 2019

Il vaticano ha necessità che esistano i poveri. È la lobby di potere più potente al mondo.

Probabilmente con amici o conoscenti, o durante una cena, vi sarà toccato di rendere conto del Papa, della Verginità di Maria, del celibato sacerdotale, e di confutare tutte le versioni distorte delle dichiarazione del Papa che compaiono nei tabloid o in TV. E in mezzo a questi mucchi di roba, c’è sempre qualcuno che con grande sicurezza afferma: Il Vaticano è l’istituzione più ricca che esista, se vendesse tutto quello che ha, potrebbe eliminare la povertà nel mondo. Nel 2015 chiesero a papa Francesco se non sentisse talvolta la necessità di vendere i tesori della Chiesa. La sua risposta fu chiara: “Questa è una domanda facile. Non sono tesori della Chiesa, sono tesori dell’umanità”. Il tesoro del Vaticano vale almeno 10 miliardi Investimenti in immobili, azioni, oro, valute pregiate. Dall’Apsa allo Ior, la prima mappa della holding pontificia che gestisce in Italia e in Europa il tesoro della Santa Sede. Per la quale si è scatenata un’altra guerra di potere Immobili, azioni, oro, valute pregiate per un valore superiore a dieci miliardi di euro. “L'Espresso” nel numero in edicola domani presenta la prima analisi completa degli investimenti della Santa Sede in tutta Europa, radiografata da Emiliano Fittipaldi grazie a documenti riservati e bilanci interni. Spulciando una relazione segreta della Cosea, la dissolta Commissione referente sull’organizzazione della struttura economica pontificia si scopre, per esempio, che «le varie istituzioni vaticane gestiscono i propri asset e quelli di terzi a un valore dichiarato di 9-10 miliardi di euro, di cui 8-9 miliardi in titoli, e uno di immobiliare». Il cuore degli investimenti è amministrato dall'Apsa. Che controlla la Sopridex Sa, proprietaria di immobili di lusso nel centro di Parigi con inquilini famosi come François Mitterrand e oggi ha attività iscritte a bilancio che arrivano a 46,8 milioni di euro. Ma all’Apsa fanno capo anche dieci società svizzere (tra cui la misteriosa Diversa Sa, l’Immobiliere Sur Collonge e l’Immobiliere Florimont) che, insieme alla Profima Sa, gestiscono proprietà e terreni nella confederazione elvetica e in mezza Europa. Tutte insieme valgono 18 milioni. Inoltre il Vaticano possiede società immobiliari anche in Inghilterra (la British Grolux Investments Ltd, fondata nel 1933, gestisce oggi a Londra attività per la bellezza di 38,8 milioni di euro inclusi negozi di lusso in New Bond Street) e, ovviamente, in Italia: oltre allo sterminato forziere di Propaganda Fide (ribattezzata Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha un patrimonio stimato, al netto della crisi immobiliare, di circa 7 miliardi), controlla pure le società Sirea e Leonina, che a bilancio valgono oltre 16 milioni. Il bilancio finale dell’Apsa è impressionante. Case e appartamenti sparsi in Europa nel 2013 hanno toccato il valore complessivo di 342 milioni, ma quello del portafoglio investimenti in euro ha superato la bellezza di 475 milioni, a cui bisogna aggiungere titoli per 137 milioni di dollari, 33 milioni di sterline e 17 milioni di franchi svizzeri. Infine l'oro: leggendo i dati riservati del 2013 si scopre che l’Apsa detiene metalli preziosi per «30,8 milioni di euro una voce che corrisponde a 32.232 once in lingotti e a 3.122 once d’oro monetato... Il valore è diminuito di 12,4 milioni di euro rispetto all’esercizio precedente». Qualcuno, però, sospetta che parte importante delle riserve auree del Vaticano (alcune stime interne della segreteria di Stato da prendere con le molle parlano di un controvalore di 140 miliardi di euro, il doppio di quanto conservato dalla Banca d’Italia) sia conservata nei forzieri svizzeri e in Inghilterra. Oltre all’oro dell’Apsa il Vaticano conta sul patrimonio dello Ior, valutato 6 miliardi tondi tondi. Non stupisce che sul gruzzolo, dopo l’arrivo del nuovo pontefice, si sia scatenata una battaglia (l’ennesima) per la gestione che come protagonista il cardinale australiano George Pell, nominato da Francesco capo di un nuovo dicastero, la Segreteria dell’Economia.

Ecco come si può ridurre drasticamente l'uso della plastica










Avete presente l’orrore del mare sporco e delle spiagge insozzate? L’80 per centodell’inquinamento marino arriva dalla plastica, e dal modo assurdo con il quale la usiamo. Noi, tutti noi. Ecco dove nasce la battaglia contro la plastica, che  non deve essere ideologica e di vuoti principi, ma deve portare tutti, ogni giorno, fuori dall’inferno del mondo soffocato da oggetti in plastica. Anche grazie a un’evoluzione dei materiali e degli stili di vita (pensate alla raccolta differenziata corretta), ormai in pieno svolgimento, si può uscire dalla trappola. Sotto il segno di una nuova Sostenibilità che si declina anche con gesti semplici, quotidiani, più che con paroloni e retorica green.

COME RIDURRE LA PLASTICA

Nella nostra battaglia, e qui poi si tratta di vincere la guerra contro l’inquinamento, si è ormai consolidata una leva importante: la scelta netta dei Paesi dell’Unione europeaper vietare e sostituire i prodotti di plastica usa-e-getta.


DIRETTIVA UE PLASTICA MONOUSO

Il Consiglio di Stato dell’Unione Europeaha approvato la legge che era stata proposta dal Parlamento europeo pervietare, a partire dal 2021, la vendita di alcuni prodotti di plastica usa e getta come posate piatti da pic nic, cannuccemonouso, cotton fioc e bastoncini di plastica per palloncini. La direttiva stabilisce, inoltre, un obiettivo di raccoltadel 90 per cento per le bottiglie di plastica entro il 2019, attraverso l’introduzione di sistemi di cauzione-deposito, simili a quelli già previsti per il vetro.

Intanto, in Italia, le singole amministrazioni comunali stanno portando avanti specifiche ordinanze perfermare il consumo e soprattutto l’abuso di plastica usa e getta. Il lungomare di Napoli, ad esempio, dal primo maggio diventerà “plastic free”: sarà vietato l’utilizzo, la fornitura e la commercializzazione di contenitori, stoviglie, posate, cannucce e ogni altro oggetto monouso ad uso alimentare in plastica, che non sia biodegradabile e compostabile. Un provvedimento importante portato avanti anche alle isole Tremiti, a Lampedusa e Linosa, come vi abbiamo raccontato qui.




COME RIDURRE I RIFIUTI DI PLASTICA

Se l’Europa batte un colpo non c’è che da festeggiare, se poi lo fa su una materia così delicata, come la lotta all’uso della plastica, allora bisogna alzare i calici con lo champagne. La Commissione ha fatto una mossa importante: via piatti, posate,bicchieri, cannucce, tappi e coperchietti di plastica. Via i prodotti usa-e-getta imbottiti di Pet. Via i micidiali cotton fioc. Tutti materiali che contribuiscono per oltre l’80 per cento ad accumulare i rifiuti in mare e sulle spiagge. I Paesi dell’Unione dovranno inoltre raccogliere e riciclare il 90 per cento della plasticautilizzata, con un risparmio per i consumatori di circa 6,5 miliardi di euro. La battaglia contro la plastica, a leggere la lista della Commissione si ritrovano i prodotti sconsigliati ai lettori di questo sito, fa così un passo avanti che potrebbe risultare decisivo, mentre non mancano allarmi sulle tracce di plastica perfino nell’acqua che beviamo. Anche nell’acqua del rubinetto.

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Plastica. 22 prodotti alla spina per ridurre la plastica.

Grazie al progetto Plastic Free nato in collaborazione con Legambiente, nei negozi biologici NaturaSì, riso, cereali, legumi, semi e frutta secca non saranno più disponibili nelle loro confezioni tradizioni sugli scaffali, al loro posto erogatori per lo sfuso.

Il progetto “sfusi” segue l’eliminazione delle bottiglie di acqua in plastica dagli scaffali e la scelta dei sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta.



Una scelta che si traduce in più di 6.500 chili all’anno di plastica evitati per il totale delle piccole confezioni, con un risparmio in termini di emissioni di CO2di circa 15.000 chili all’anno(al netto dei calcoli del trasporto), a cui si aggiunge la mancata utilizzazione di 103 mila litri totali di acqua all’anno per tutta la rete dei negozi ed una riduzione del 10% del prezzo dei prodotti sfusi rispetto a quelli confezionati.

Plastica, catena giapponese rivoluziona il take away VIDEO

L’iniziativa intrapresa da NaturaSì in collaborazione con Legambiente e con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, arriverà a coprire 100 degli oltre 260 punti vendita biologici entro la fine del 2019, per poi passare progressivamente anche al resto della rete.

In questa prima fase, quindi, la riduzione di plastica, emissioni e acqua arriverà a poco più di un terzo di quella che verrà raggiunta con l’allargamento a tutti i punti vendita.

“È ancora lunga e complessa la strada per eliminare la plastica dai nostri negozi – ha detto Fabio Brescacin, presidente di EcorNaturaSì – uno dei passi in questa direzione è indubbiamente puntare sul rafforzamento dello sfuso”.

“Il commercio specializzato dei prodotti bio – ha aggiunto – è da sempre orientato alla sostenibilità e questa è una sfida importante che ci coinvolge come cittadini e come consumatori. Gli imballaggi pesano quanto il 44% dei rifiuti urbani e una buona parte sfugge al riciclo, trasformandosi in rifiuto destinato a inquinare gli oceani, a uccidere fauna e microfauna marina e terrestre, oltre che a entrare nella catena alimentare, sotto forma di microplastiche”.

Plastica, ogni settimana ingoiamo l’equivalente di una carta di credito

“Il nostro paese è da tempo un modello a livello internazionale nelle politiche istituzionali e aziendali di contrasto all’inquinamento ambientale da plastica – ha spiegato Stefano Ciafani, presidente di Legambiente –  vista l’emergenza sempre più evidente bisogna continuare a lavorare in questa direzione. E’ per questo che oggi posizioniamo un nuovo tassello nella nostra collaborazione con NaturaSì, dopo la riduzione dell’acqua in bottiglia e la promozione dell’uso di retine riutilizzabili per l’ortofrutta. È un esempio di come sia possibile praticare da pionieri la strategia europea per la lotta all’inquinamento da plastica, al centro della direttiva europea che auspichiamo venga recepita al più presto dall’Italia, anche con obiettivi più ambiziosi di quelli stabiliti a livello comunitario. Senza dimenticare che prevenire i rifiuti ed essere più attenti nelle scelte quotidiane di acquisto e consumo coinvolge tutti noi, produttori, distributori e consumatori. E sono queste scelte che possono fare la differenza”.

L’operazione sfusi riguarda per ora un totale di 22 prodotti alimentari venduti dall’azienda: riso ribe lungo (bianco, integrale e semintegrale), riso basmati (bianco e integrale), farro integrale, quinoa, avena, miglio, fagioli (borlotti, neri), ceci, lenticchie rosse, piselli spezzati, zuppe (farro e cicerchia, saraceno e azuki), mandorle sgusciate, nocciole sgusciate, muesli, fiocchi d’avena, semi misti, frutta secca. L’obiettivo è quello di aumentarne il numero nei prossimi anni.

I consumatori potranno trasportare gli alimenti erogati alla spina in sacchetti lavabili e riutilizzabili per sfusi, realizzati in cotone bio con trattamenti ecologici del tessuto, frutto della collaborazione con Ecodis, azienda francese attenta all’impatto ambientale.

La proposta di alimenti ‘alla spina’ segue quella dei detersivi certificati ICEA (per ora 4 referenze), presenti per la vendita sfusa in molti dei negozi NaturaSì dal 2008. In questo caso il risparmio in termini di utilizzo di plastica è dell’80% mentre dal punto di vista economico il risparmio ammonta al 20% rispetto al prezzo del prodotto nel flacone non riutilizzabile.

Plastic Radar: segnalare la presenza di plastica in mare non è mai stato così semplice

Come riporta il recentissimo Rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente, la domanda di plastica sta crescendo rapidamente in tutto il mondo.

Nel 2017, il consumo si è attestato a 53 milioni di tonnellate nei 28 Stati membri della Ue, mentre nel 2010 era di 46 milioni di tonnellate.

Sempre nel 2017, la produzione di plastica è cresciuta di 13 milioni di tonnellate aggiuntive rispetto all’anno precedente. Ma si tratta di un materiale dannoso per l’ambiente e l’equilibrio climatico, sia in fase di produzione che in quella di smaltimento.

Solo il 31% dei rifiuti plastici viene recuperato e riciclato in Europa, e solo il 6% della domanda di plastica è coperta da materiale ottenuto dal riciclo.

Sempre nel Rapporto AEA si legge che “le plastiche sono usate principalmente per il packaging e il settore delle costruzioni”, e che “la prevenzione dei rifiuti plastici può offrire la soluzione per ridurre la pressione ambientale derivante dal consumo della plastica”.

In altre parole, occorre intervenire sul settore della commercializzazione, per evitare la superproduzione di rifiuti. E occorre farlo, sempre secondo il Rapporto, mobilitando anche gli stakeholder e il settore privato.

“Come azienda che prende la sua stessa ragion d’essere dalla salvaguardia della biodiversità e del Pianeta, dobbiamo fare la nostra parte. Pensiamo che possa essere di stimolo per politiche più ampie, ma chiediamo anche ai cittadini di essere protagonisti del cambiamento e di scegliere comportamenti meno dannosi, anche quando, come nel caso degli sfusi, richiedono un gesto in più rispetto a quello di mettere un prodotto preconfezionato nel carrello della spesa ”.

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