domenica 7 luglio 2019

COS’È L’ECONOMIA CIRCOLARE DEI RIFIUTI




Ogni anno un cittadino dell’Unione Europea genera in media 4,5 tonnellate di rifiuti, di cui circa la metà viene smaltita in discarica.
Numeri impressionanti che non possiamo più sostenere, sia dal punto di vista ambientale che economico.
Sono gli effetti collaterali della cosiddetta economia lineare, basata sulla produzione di un bene, il suo consumo e il conseguente smaltimento. A questa è essenziale contrapporre con forza un modello di economia circolare dei rifiuti, che superi il concetto di fine vita della materia.
Non si tratta di un obiettivo utopico, ma è senza dubbio complesso da raggiungere,non senza l’intervento congiunto di vari soggetti: dal legislatore ai produttori, dagli enti di salvaguardia ambientale alle infrastrutture per la gestione dei rifiuti, passando per il personale addetto alla raccolta e allo smaltimento.
In ultimo, ma non per importanza, il cittadino, che deve impegnarsi a seguire un modello di vita e di consumi ecosostenibile, che riduca al minimo la sua impronta ecologica.
Vediamo insieme in cosa consiste questo modello di economia circolare dei rifiuti.
Per comprendere il concetto di economia circolare è sufficiente osservare ciò che accade in natura.
In natura, in effetti, non esiste il rifiuto. Tutto ciò che viene prodotto ha uno scopo e tutto ciò che diviene scarto si trasforma in nuova risorsa, innescando un circuito virtuoso che si autoalimenta.
Ecco cosa si intende per economia circolare dei rifiuti, un sistema in cui si supera il percorso produzione-consumo-smaltimento per sostituirlo con un modello, appunto, circolare, dove il prodotto di scarto finale viene re-immesso in circolo come materia prima seconda.
Quindi, dopo il consumo e prima dell’eventuale smaltimento, è necessario attivare dei processi virtuosi come la riparazione, il riutilizzo, il riciclo.

COS’È L’ECONOMIA CIRCOLARE DEI RIFIUTI

Una definizione di economia circolaremolto chiara è quella fornita dalla Commissione Europea:
«Un’economia circolare mira a mantenere per un tempo ottimale il valore dei materiali e dell’energia utilizzati nei prodotti nella catena del valore, riducendo così al minimo i rifiuti e l’uso delle risorse. Impedendo che si verifichino perdite di valore nei flussi delle materie, questo tipo di economia crea opportunità economiche e vantaggi competitivi su base sostenibile».
Quali sono le caratteristiche dell’economia circolare?
  • Senza sprechi;
  • utilizza le risorse in maniera efficiente;
  • preserva il capitale naturale;
  • favorisce la protezione, valorizzazione e il ripristino della biodiversità;
  • basse emissioni di CO2;
  • presuppone una crescita economica sganciata dal consumo di risorse;
  • contribuisce a creare una società globale sicura e sostenibile.
Per poter realizzare il passaggio a un’economia circolare occorre intervenire in tutte le fasi della catena del valore.

PERCHÉ DOBBIAMO PASSARE AD UN’ECONOMIA CIRCOLARE DEI RIFIUTI?

Come accennato, il modello economico lineare non è più sostenibile, ma perché?
Beh, sostanzialmente per 4 ragioni:
  1. le risorse naturali sono limitate e si stanno rapidamente esaurendo;
  2. le consumiamo troppo velocemente, prima che la Terra riesca a produrne di nuove;
  3. le sfruttiamo in maniera inefficiente, sprecandone una grande quantità;
  4. produciamo troppi rifiuti da trattare, gestire e smaltire.
Ma come si fa a passare ad un modello di economia circolare?
Vediamo insieme i vari step.

BISOGNA SUPERARE I PRODOTTI A VITA BREVE

Oggi circa il 90% del fatturato dell’industria europea è basato su un modello economico lineare:
  • prendi, produci, usa e getta.
A ricoprire un ruolo centrale nello sviluppo di un modello di economia circolare dei rifiuti, quindi, è il mondo delle imprese, che deve iniziare a ripensare le fasi di progettazione, produzione e commercializzazione dei prodotti.
Bisogna superare – e lentamente ci si sta arrivando – l’idea del prodotto a vita breve, così come quelli usa e getta, e integrare nella filosofia aziendale l’idea della durata, del riutilizzo, della riparazione, della ricostruzione e del riciclaggio.
Non si può più prelevare materie prima dalla terra – iper sfruttata e ormai incapace di soddisfare le nostre esigenze – per realizzare un prodotto che, in pochissimo tempo, diventerà un rifiuto, magari anche di difficile smaltimento.

UN NUOVO APPROCCIO DA PARTE DEL CONSUMATORE

Per quanto essenziale sia il ruolo di chi produce i beni disponibili sul mercato, non possiamo certo sottovalutare il comportamento del consumatore.
Banalmente, se le industrie continua a produrre prodotti di plastica usa e gettanoi consumatori possiamo iniziare a mandare un messaggio chiaro, evitando di acquistarli.
Ma non solo.
Dobbiamo imparare ad allungare il più possibile il ciclo di vita di un prodotto o di un materiale, abbandonando quella cultura dello spreco che si è diffusa in particolare negli ultimi decenni.
Se un elettrodomestico si guasta, ad esempio, siamo più propensi ad acquistarne uno nuovo piuttosto che a farlo riparare.
Spesso buttiamo via oggetti ancora in ottime condizioni spinti dalla voglia di cambiare, di rinnovare.
In questo modo, però, non facciamo che contribuire a ingigantire un problema già complesso, mandando in discarica prodotti e oggetti che potrebbero essere riparati, riutilizzati, o semplicemente donati a qualcuno che potrebbe averne bisogno.

CONCLUSIONI

Il passaggio da un modello di economia lineare ad un’economia circolarepresuppone, come visto, un vero e proprio cambio di paradigma, una deviazione netta rispetto al percorso compiuto fino ad ora.
Questo processo, essenziale per il nostro futuro e di quello del pianeta, coinvolge tutti, nessuno escluso, dal produttore al consumatore, dalla catena di distribuzione alla gestione dei rifiuti.
Serve l’impegno di tutti, ogni giorno.

Gestione dei rifiuti il trattamento meccanico-biologico (TMB




Nella gestione dei rifiuti il trattamento meccanico-biologico (TMB) è una tecnologia di trattamento a freddo dei rifiutiindifferenziati (e/o residuali dopo la raccolta differenziata) che sfrutta l'abbinamento di processi meccanici a processi biologici quali la digestione anaerobica e il compostaggio. Appositi macchinari separano la frazione umida (l'organico da bioessicare) dallafrazione secca (cartaplasticavetro, inerti, ecc.); quest'ultima frazione può essere in parte riciclata oppure usata per produrre combustibile derivato dai rifiuti (CDR) rimuovendo i materiali incombustibili



Come funziona un impianto :
Si approfondisce il funzionamento di un impianto tipo con un ingresso di 100 000 t/a di rifiuti urbani residui di una raccolta differenziata efficiente, sulla base dei dati del documento citato Gestione dei rifiuti a freddo, elaborato sulla base dell'esperienza tedesca.
Il pretrattamento elimina i rifiuti ingombranti non riciclabili e tritura il resto, con aggiunta di acqua.
La separazione fornisce:
  • Grazie a un sistema ottico-elettronico che li riconosce e smista con degli eiettoripneumatici, imballaggi in plastica densa (HDPEPET) di qualità, riciclabili quanto il differenziato e quindi di alto valore commerciale, per circa 2 000 t/a, oltre a circa 2 500 t/a di altri tipi di plastica densa.
  • Con dei separatori a corrente d'aria, miscela di carta e cartone (10 300 t/a) e pellicole di plastica (5 700 t/a). Il valore commerciale è basso, però si possono separare le due componenti a umido, e quindi usare la carta nel successivo compostaggio oppure venderla a una cartiera, mentre le pellicole possono essere riciclate (sotto-riciclaggio).
  • Con un ulteriore sistema ottico-elettronico, sopravvaglio (80 – 200 mm) pesante, da cui si può recuperare il vetro (almeno il 60% di quello presente; 1 500 t/a circa).
  • Con magneti, materiali ferrosi per 1 530 t/a leggermente contaminati da materiale organico (nessun problema per il riciclo).
  • Con due separatori a mulino a vortice, metalli non ferrosi per 2 000 t/a.
Dapprima un getto d'aria avvia la formazione di batteri aerobi per l'eliminazione dei rifiuti organici. Le correnti di Coulomb sono talvolta utilizzate per l'identificazione e rimozione dei materiali non ferrosi. Impianti di questo tipo, a funzionamento meccanico-biologico, senza i riconoscitori ottici, erano già operativi negli anni '30.
I liquidi rimasti (63 000 t/a di cui 18 000 t/a di acqua aggiunta nella fase precedente, recuperabile per il compostaggio) sono sottoposti a digestione anaerobica, con un processo efficiente grazie alla precedente pulizia del materiale. Il processo dura quattro settimane in un ambiente chiuso (degradazione intensiva), più altre dieci in un'area coperta, e comporta una riduzione in peso di circa il 40%, soprattutto per l'evaporazione dell'acqua, e in parte per la degradazione dell'organico in anidride carbonica. Si ottengono 3 700 t/a di biogas, 18 000 di acqua da trattamento, 3 000 di sabbia, 35 000 di materiale da avviare al compostaggio finale. Il biogas permette di produrre circa 80–100 kWh di elettricità e 100–180 kWh di calore per tonnellata di rifiuti totali in ingresso (supponendo una raccolta differenziata efficiente). La maggior parte dell'energia è usata nell'impianto stesso, il cui bilancio energetico è neutro o leggermente positivo (si può aumentare il recupero energetico a scapito del recupero di materiale, ma questo non ha convenienza né economica né ambientale).
Alla fine del processo di separazione, non solo si sono recuperati dei materiali utili (riducendo le esigenze energetiche dell'impianto), ma si sono anche eliminate sostanze che in discarica costituiscono un notevole problema (nel caso del biogas, per l'effetto serra; negli altri, per l'inquinamento a lungo termine o la percolazione). A questo punto si hanno circa 27 000 t/a di materiale prevalentemente organico che può essere conferito senza problemi in discarica in ottemperanza alle leggi più recenti. Tuttavia, è conveniente selezionare un'ulteriore parte di circa 7 000 t/a a maggiore concentrazione organica e con ridotta contaminazione di metalli pesanti, che può fungere da compost di qualità inferiore. L'ammendante ottenuto, non derivando da raccolta differenziata, è di qualità inferiore in quanto può contenere piccole tracce di altri rifiuti che gli impianti non riescono a separare, e non può pertanto essere usato nel settore agricolo, ma è utile per reintegrare nutrienti nei suoli (sequestrando anidride carbonica, fra l'altro).
Le rimanenti 20 000 t/a vanno conferite in discarica, insieme a una certa quantità di sabbia dal digestore e rifiuti ingombranti non riciclabili, tolti all'inizio, per un totale di circa 24 000 t/a (meno di un quarto del peso iniziale) o quasi 30 000 se non si trova impiego per la pellicola di plastica.

giovedì 4 luglio 2019

Il vaticano ha necessità che esistano i poveri. È la lobby di potere più potente al mondo.

Probabilmente con amici o conoscenti, o durante una cena, vi sarà toccato di rendere conto del Papa, della Verginità di Maria, del celibato sacerdotale, e di confutare tutte le versioni distorte delle dichiarazione del Papa che compaiono nei tabloid o in TV. E in mezzo a questi mucchi di roba, c’è sempre qualcuno che con grande sicurezza afferma: Il Vaticano è l’istituzione più ricca che esista, se vendesse tutto quello che ha, potrebbe eliminare la povertà nel mondo. Nel 2015 chiesero a papa Francesco se non sentisse talvolta la necessità di vendere i tesori della Chiesa. La sua risposta fu chiara: “Questa è una domanda facile. Non sono tesori della Chiesa, sono tesori dell’umanità”. Il tesoro del Vaticano vale almeno 10 miliardi Investimenti in immobili, azioni, oro, valute pregiate. Dall’Apsa allo Ior, la prima mappa della holding pontificia che gestisce in Italia e in Europa il tesoro della Santa Sede. Per la quale si è scatenata un’altra guerra di potere Immobili, azioni, oro, valute pregiate per un valore superiore a dieci miliardi di euro. “L'Espresso” nel numero in edicola domani presenta la prima analisi completa degli investimenti della Santa Sede in tutta Europa, radiografata da Emiliano Fittipaldi grazie a documenti riservati e bilanci interni. Spulciando una relazione segreta della Cosea, la dissolta Commissione referente sull’organizzazione della struttura economica pontificia si scopre, per esempio, che «le varie istituzioni vaticane gestiscono i propri asset e quelli di terzi a un valore dichiarato di 9-10 miliardi di euro, di cui 8-9 miliardi in titoli, e uno di immobiliare». Il cuore degli investimenti è amministrato dall'Apsa. Che controlla la Sopridex Sa, proprietaria di immobili di lusso nel centro di Parigi con inquilini famosi come François Mitterrand e oggi ha attività iscritte a bilancio che arrivano a 46,8 milioni di euro. Ma all’Apsa fanno capo anche dieci società svizzere (tra cui la misteriosa Diversa Sa, l’Immobiliere Sur Collonge e l’Immobiliere Florimont) che, insieme alla Profima Sa, gestiscono proprietà e terreni nella confederazione elvetica e in mezza Europa. Tutte insieme valgono 18 milioni. Inoltre il Vaticano possiede società immobiliari anche in Inghilterra (la British Grolux Investments Ltd, fondata nel 1933, gestisce oggi a Londra attività per la bellezza di 38,8 milioni di euro inclusi negozi di lusso in New Bond Street) e, ovviamente, in Italia: oltre allo sterminato forziere di Propaganda Fide (ribattezzata Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha un patrimonio stimato, al netto della crisi immobiliare, di circa 7 miliardi), controlla pure le società Sirea e Leonina, che a bilancio valgono oltre 16 milioni. Il bilancio finale dell’Apsa è impressionante. Case e appartamenti sparsi in Europa nel 2013 hanno toccato il valore complessivo di 342 milioni, ma quello del portafoglio investimenti in euro ha superato la bellezza di 475 milioni, a cui bisogna aggiungere titoli per 137 milioni di dollari, 33 milioni di sterline e 17 milioni di franchi svizzeri. Infine l'oro: leggendo i dati riservati del 2013 si scopre che l’Apsa detiene metalli preziosi per «30,8 milioni di euro una voce che corrisponde a 32.232 once in lingotti e a 3.122 once d’oro monetato... Il valore è diminuito di 12,4 milioni di euro rispetto all’esercizio precedente». Qualcuno, però, sospetta che parte importante delle riserve auree del Vaticano (alcune stime interne della segreteria di Stato da prendere con le molle parlano di un controvalore di 140 miliardi di euro, il doppio di quanto conservato dalla Banca d’Italia) sia conservata nei forzieri svizzeri e in Inghilterra. Oltre all’oro dell’Apsa il Vaticano conta sul patrimonio dello Ior, valutato 6 miliardi tondi tondi. Non stupisce che sul gruzzolo, dopo l’arrivo del nuovo pontefice, si sia scatenata una battaglia (l’ennesima) per la gestione che come protagonista il cardinale australiano George Pell, nominato da Francesco capo di un nuovo dicastero, la Segreteria dell’Economia.

Ecco come si può ridurre drasticamente l'uso della plastica










Avete presente l’orrore del mare sporco e delle spiagge insozzate? L’80 per centodell’inquinamento marino arriva dalla plastica, e dal modo assurdo con il quale la usiamo. Noi, tutti noi. Ecco dove nasce la battaglia contro la plastica, che  non deve essere ideologica e di vuoti principi, ma deve portare tutti, ogni giorno, fuori dall’inferno del mondo soffocato da oggetti in plastica. Anche grazie a un’evoluzione dei materiali e degli stili di vita (pensate alla raccolta differenziata corretta), ormai in pieno svolgimento, si può uscire dalla trappola. Sotto il segno di una nuova Sostenibilità che si declina anche con gesti semplici, quotidiani, più che con paroloni e retorica green.

COME RIDURRE LA PLASTICA

Nella nostra battaglia, e qui poi si tratta di vincere la guerra contro l’inquinamento, si è ormai consolidata una leva importante: la scelta netta dei Paesi dell’Unione europeaper vietare e sostituire i prodotti di plastica usa-e-getta.


DIRETTIVA UE PLASTICA MONOUSO

Il Consiglio di Stato dell’Unione Europeaha approvato la legge che era stata proposta dal Parlamento europeo pervietare, a partire dal 2021, la vendita di alcuni prodotti di plastica usa e getta come posate piatti da pic nic, cannuccemonouso, cotton fioc e bastoncini di plastica per palloncini. La direttiva stabilisce, inoltre, un obiettivo di raccoltadel 90 per cento per le bottiglie di plastica entro il 2019, attraverso l’introduzione di sistemi di cauzione-deposito, simili a quelli già previsti per il vetro.

Intanto, in Italia, le singole amministrazioni comunali stanno portando avanti specifiche ordinanze perfermare il consumo e soprattutto l’abuso di plastica usa e getta. Il lungomare di Napoli, ad esempio, dal primo maggio diventerà “plastic free”: sarà vietato l’utilizzo, la fornitura e la commercializzazione di contenitori, stoviglie, posate, cannucce e ogni altro oggetto monouso ad uso alimentare in plastica, che non sia biodegradabile e compostabile. Un provvedimento importante portato avanti anche alle isole Tremiti, a Lampedusa e Linosa, come vi abbiamo raccontato qui.




COME RIDURRE I RIFIUTI DI PLASTICA

Se l’Europa batte un colpo non c’è che da festeggiare, se poi lo fa su una materia così delicata, come la lotta all’uso della plastica, allora bisogna alzare i calici con lo champagne. La Commissione ha fatto una mossa importante: via piatti, posate,bicchieri, cannucce, tappi e coperchietti di plastica. Via i prodotti usa-e-getta imbottiti di Pet. Via i micidiali cotton fioc. Tutti materiali che contribuiscono per oltre l’80 per cento ad accumulare i rifiuti in mare e sulle spiagge. I Paesi dell’Unione dovranno inoltre raccogliere e riciclare il 90 per cento della plasticautilizzata, con un risparmio per i consumatori di circa 6,5 miliardi di euro. La battaglia contro la plastica, a leggere la lista della Commissione si ritrovano i prodotti sconsigliati ai lettori di questo sito, fa così un passo avanti che potrebbe risultare decisivo, mentre non mancano allarmi sulle tracce di plastica perfino nell’acqua che beviamo. Anche nell’acqua del rubinetto.

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Plastica. 22 prodotti alla spina per ridurre la plastica.

Grazie al progetto Plastic Free nato in collaborazione con Legambiente, nei negozi biologici NaturaSì, riso, cereali, legumi, semi e frutta secca non saranno più disponibili nelle loro confezioni tradizioni sugli scaffali, al loro posto erogatori per lo sfuso.

Il progetto “sfusi” segue l’eliminazione delle bottiglie di acqua in plastica dagli scaffali e la scelta dei sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta.



Una scelta che si traduce in più di 6.500 chili all’anno di plastica evitati per il totale delle piccole confezioni, con un risparmio in termini di emissioni di CO2di circa 15.000 chili all’anno(al netto dei calcoli del trasporto), a cui si aggiunge la mancata utilizzazione di 103 mila litri totali di acqua all’anno per tutta la rete dei negozi ed una riduzione del 10% del prezzo dei prodotti sfusi rispetto a quelli confezionati.

Plastica, catena giapponese rivoluziona il take away VIDEO

L’iniziativa intrapresa da NaturaSì in collaborazione con Legambiente e con il patrocinio del Ministero dell’Ambiente, arriverà a coprire 100 degli oltre 260 punti vendita biologici entro la fine del 2019, per poi passare progressivamente anche al resto della rete.

In questa prima fase, quindi, la riduzione di plastica, emissioni e acqua arriverà a poco più di un terzo di quella che verrà raggiunta con l’allargamento a tutti i punti vendita.

“È ancora lunga e complessa la strada per eliminare la plastica dai nostri negozi – ha detto Fabio Brescacin, presidente di EcorNaturaSì – uno dei passi in questa direzione è indubbiamente puntare sul rafforzamento dello sfuso”.

“Il commercio specializzato dei prodotti bio – ha aggiunto – è da sempre orientato alla sostenibilità e questa è una sfida importante che ci coinvolge come cittadini e come consumatori. Gli imballaggi pesano quanto il 44% dei rifiuti urbani e una buona parte sfugge al riciclo, trasformandosi in rifiuto destinato a inquinare gli oceani, a uccidere fauna e microfauna marina e terrestre, oltre che a entrare nella catena alimentare, sotto forma di microplastiche”.

Plastica, ogni settimana ingoiamo l’equivalente di una carta di credito

“Il nostro paese è da tempo un modello a livello internazionale nelle politiche istituzionali e aziendali di contrasto all’inquinamento ambientale da plastica – ha spiegato Stefano Ciafani, presidente di Legambiente –  vista l’emergenza sempre più evidente bisogna continuare a lavorare in questa direzione. E’ per questo che oggi posizioniamo un nuovo tassello nella nostra collaborazione con NaturaSì, dopo la riduzione dell’acqua in bottiglia e la promozione dell’uso di retine riutilizzabili per l’ortofrutta. È un esempio di come sia possibile praticare da pionieri la strategia europea per la lotta all’inquinamento da plastica, al centro della direttiva europea che auspichiamo venga recepita al più presto dall’Italia, anche con obiettivi più ambiziosi di quelli stabiliti a livello comunitario. Senza dimenticare che prevenire i rifiuti ed essere più attenti nelle scelte quotidiane di acquisto e consumo coinvolge tutti noi, produttori, distributori e consumatori. E sono queste scelte che possono fare la differenza”.

L’operazione sfusi riguarda per ora un totale di 22 prodotti alimentari venduti dall’azienda: riso ribe lungo (bianco, integrale e semintegrale), riso basmati (bianco e integrale), farro integrale, quinoa, avena, miglio, fagioli (borlotti, neri), ceci, lenticchie rosse, piselli spezzati, zuppe (farro e cicerchia, saraceno e azuki), mandorle sgusciate, nocciole sgusciate, muesli, fiocchi d’avena, semi misti, frutta secca. L’obiettivo è quello di aumentarne il numero nei prossimi anni.

I consumatori potranno trasportare gli alimenti erogati alla spina in sacchetti lavabili e riutilizzabili per sfusi, realizzati in cotone bio con trattamenti ecologici del tessuto, frutto della collaborazione con Ecodis, azienda francese attenta all’impatto ambientale.

La proposta di alimenti ‘alla spina’ segue quella dei detersivi certificati ICEA (per ora 4 referenze), presenti per la vendita sfusa in molti dei negozi NaturaSì dal 2008. In questo caso il risparmio in termini di utilizzo di plastica è dell’80% mentre dal punto di vista economico il risparmio ammonta al 20% rispetto al prezzo del prodotto nel flacone non riutilizzabile.

Plastic Radar: segnalare la presenza di plastica in mare non è mai stato così semplice

Come riporta il recentissimo Rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente, la domanda di plastica sta crescendo rapidamente in tutto il mondo.

Nel 2017, il consumo si è attestato a 53 milioni di tonnellate nei 28 Stati membri della Ue, mentre nel 2010 era di 46 milioni di tonnellate.

Sempre nel 2017, la produzione di plastica è cresciuta di 13 milioni di tonnellate aggiuntive rispetto all’anno precedente. Ma si tratta di un materiale dannoso per l’ambiente e l’equilibrio climatico, sia in fase di produzione che in quella di smaltimento.

Solo il 31% dei rifiuti plastici viene recuperato e riciclato in Europa, e solo il 6% della domanda di plastica è coperta da materiale ottenuto dal riciclo.

Sempre nel Rapporto AEA si legge che “le plastiche sono usate principalmente per il packaging e il settore delle costruzioni”, e che “la prevenzione dei rifiuti plastici può offrire la soluzione per ridurre la pressione ambientale derivante dal consumo della plastica”.

In altre parole, occorre intervenire sul settore della commercializzazione, per evitare la superproduzione di rifiuti. E occorre farlo, sempre secondo il Rapporto, mobilitando anche gli stakeholder e il settore privato.

“Come azienda che prende la sua stessa ragion d’essere dalla salvaguardia della biodiversità e del Pianeta, dobbiamo fare la nostra parte. Pensiamo che possa essere di stimolo per politiche più ampie, ma chiediamo anche ai cittadini di essere protagonisti del cambiamento e di scegliere comportamenti meno dannosi, anche quando, come nel caso degli sfusi, richiedono un gesto in più rispetto a quello di mettere un prodotto preconfezionato nel carrello della spesa ”.

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martedì 2 luglio 2019

Bruciare i rifiuti ecco cosa provoca






Bruciare i rifiuti, soprattutto la plastica, produce inquinanti altamente tossici come le diossine e gli idrocarburi policiclici aromatici.


Diossina, o per meglio dire, diossine

Diossina è il nome comune usato per indicare dibenzo-p-diossine e dibenzofurani. Le diossine (in realtà si conoscono 210 tipi diversi di composti simili per caratteristiche e tossicità, tra diossine – 73 tipi – e furani) sono formate da idrocarburi aromatici legati ad atomi di cloro. Il termine diossina è correntemente usato come sinonimo di Tcdd o 2,3,7,8-tetracloro-dibenzo-p-diossina. Molecole tossiche per l’uomo, gli animali, l’ambiente. Altre sostanze ancora possiedono caratteristiche di tossicità simili a quelle delle diossine, come i Pcb (bifenili policlorurati, alla ribalta delle cronache nel ’99 per lo scandalo dei polli e delle uova contaminati) e i Pcp (policlorofenoli).

Si tratta di contaminanti ambientali persistenti. Se la diossina Tcdd si dilava nel terreno, si lega al materiale organico presente e si degrada molto lentamente, nell’arco di anni. Tra le diossine, la Tcdd è la molecola di più spiccata tossicità: causa un’ampia gamma di effetti, tumori, tossicità a carico del sistema immunitario, del fegato, della pelle, azione mutagena ed embriotossica. Le conoscenze più recenti sul meccanismo d’azione della diossina hanno chiarito il suo ruolo di perturbatore ormonale.

Le diossine hanno la spiacevole caratteristica di bioaccumularsi. Quindi (a parte gli episodi sporadici come gli incendi di depositi di materie plastiche, come quello del petrolchimico di Ferrara nel 2016 o quello di Pomezia ora) a lungo andare questi sono alcuni disturbi legati all’accumulo di diossine nei tessuti e negli organi:

alterazioni del sistema immunitario, anche a dosi molto limitate con riduzione e danneggiamento dei linfociti

danni allo sviluppo fetale, al momento della differenziazione tissutale del sistema immunitario

alterazioni a lungo termine del sistema immunitario, sia in senso immunodepressivo che ipersensibilizzante

disturbi alla produzione, rilascio, trasporto, metabolizzazione, legame, azione o eliminazione di ormoni naturali del corpo, responsabili dell’equilibrio biochimico dinamico interno del nostro organismo e della regolazione dei processi riproduttivi e di sviluppo.

Incidenti come quello – entrato nella storia dell’industria e dell’ecologia in Italia – di Seveso del 1979, hanno causato danni permanenti sia all’ambiente, sia alle persone.

La più tremenda diossina

La Tetracloro-dibenzo-diossina (Tcdd, la più tremenda diossina) è classificata nel Gruppo 1 degli agenti cancerogeni per l’uomo, dall’Agenzia Internazionale per la ricerca sul cancro. È irritante per gli occhi, la cute e il tratto respiratorio. La sostanza può determinare effetti negativi, anche in tempi ritardati rispetto all’esposizione, sul sistema cardiovascolare, sul tratto gastrointestinale, sul fegato, sul sistema nervoso e sul sistema endocrino.

Leggi anche: Diossina. Dove si trova ed effetti sull’uomo, da Seveso ai giorni nostri

Idrocarburi policiclici aromatici

Gli idrocarburi policiclici aromatici (Ipa),divisi in oltre 100 composti chimici, invece si liberano nell’ambiente nel corso di combustioni incomplete di legname, grassi e prodotti organici in generale, compresi i rifiuti urbani, prodotti petroliferi come la plastica.

A tutte queste molecole sono associati pericoli per la salute umana quali tossicità acuta e cronica e malattie. Anche se esistono più di cento diversi Ipa, quelli più imputati nel causare dei danni alla salute di uomini e animali sono: l’acenaftene, l’acenaftilene, l’antracene, il benzo(a)antracene, il dibenzo(a,h)antracene, il crisene, il pirene, il benzo(a)pirene, l’indeno(1,2,3-c,d)pirene, il fenantrene, il fluorantene, il benzo(b)fluoroantene, il benzo(k)fluoroantene, il benzo(g,h,i)perilene e il fluorene.

Solitamente nell’aria non si ritrovano mai come composti singoli, ma all’interno di miscele dove sono presenti molte decine di IPA diversi e in proporzioni che in alcuni casi possono anche variare di molto. Il fatto che l’esposizione avvenga ad una miscela di composti, di composizione non costante, rende difficile l’attribuzione delle conseguenze sulla salute alla presenza di uno specifico idrocarburo policiclico aromatico.

Pur essendo lo studio di queste miscele particolarmente complicato, è stato comunque dimostrato che l’esposizione alle miscele Ipa comporta un aumento dell’insorgenza del cancro, soprattutto in presenza di benzo(a)pirene (peraltro l’unico Ipa che finora è stato studiato approfonditamente).

Studenti progettano un aspirapolvere da spiaggia che raccoglie le microplastiche e lasciano la sabbia pulita




È già abbastanza difficile per gli ambientalisti mantenere le spiagge libere da rifiuti e detriti di plastica, ma il problema più difficile consiste nel ripulire quei milioni di minuscole microplastiche impossibili da raccogliere e separare dalla sabbia.
Fortunatamente, un gruppo di studenti di ingegneria meccanica è riuscito a sviluppare un nuovo aspirapolvere in grado di raccogliere le microplastiche senza rimuovere la sabbia dalla spiaggia.

Degli studenti in ingegneria meccanica hanno progettato un aspiratore in grado di raccogliere le microplastiche dalle spiagge



Tutta la verità sulla raccolta differenziata a Roma e nel Lazio.



Ecco tutta la verità sul problema rifiuti nella Capitale.
Come riferisce
Ama, secondo la giunta regionale, non risolve il problema dello smaltimento, a partire dalla discarica e dagli impianti di trattamento (insufficienti dopo che è venuto a mancare il contributo di quello di via Salaria andato a fuoco). Il piano regionale dei rifiuti chiede soluzioni per la parte indifferenziata prodotta da Roma, ma di fatto le linee guida del piano industriale della municipalizza indicano sì 13 impianti, ma l'attenzione è tutta concentrata sulla parte della raccolta differenziata, benché gli obiettivi siano stati ritoccati al ribasso, con l'idea di raggiungere il 55 per cento solo il prossimo anno. Il piano dell'Ama dice espressamente: «Per l'avvio a smaltimento de rifiuto residuo (decrescente) Ama continuerà ad avvalersi di impianti terzi, identificati sulla base di meccanismi di gara pluriennale».
In sintesi: per le quasi 950.000 tonnellate di indifferenziato prodotte all'anno si continuerà a mandare la spazzatura in altre province del Lazio e in altre regioni. Massimiliano Valeriani, assessore regionale ai Rifiuti, ironizza: «Evidentemente quando l'Ama parla di economia circolare intende che devono continuare a circolare i tir. Nel nostro piano daremo indicazioni differenti, puntando sull'autosufficienza dei territori».

Da Ama c'è però chi fa notare che l'accelerazione sulla differenziata nel 2018 ha fatto sì che per 300mila cittadini siano stati raggiunti risultati significativi (s'ipotizza addirittura il 75 per cento di differenziata, ma la media su tutta la città resta sotto il 45). In sintesi: il piano regionale dei rifiuti che arriverà in giunta giovedì (o più correttamente le linee guida, perché per la conclusione dell'iter serviranno altri sei mesi) affronterà, tra l'altro, il problema delle discariche, indicandone la necessità in provincia di Latina e di Frosinone, ma anche a Roma. Sulla base delle aree indicate dalla Città metropolitana, dovrà esserci una localizzazione, ma è evidente che c'è una frattura con la linea della sindaca  La Raggi nei giorni scorsi: «Roma non vuole discariche e la Città Metropolitana non vuole discariche, Roma vuole impianti nel territorio»
Al di là delle responsabilità per il piano rifiuti regionale che manca dal 2013, o delle recriminazioni legate al fatto, innegabile, che AMA non ha attualmente altri impianti se non il TMB di Rocca Cencia e il tritovagliatore di Ostia, adesso è il momento di trovare soluzioni. E noi, Roma Capitale e AMA, ce la stiamo mettendo tutta per reperire spazi e capienze e non far subire ai romani le conseguenze di un sistema impiantistico fragile che rischia di andare in crisi per ogni evento (ordinario o straordinario) che inevitabilmente può verificarsi lungo il percorso.


Questo è il momento di lavorare insieme per superare una difficoltà e ripulire la città. Siamo in contatto con le Asl per concordare gli interventi prioritari, in un contesto che, come ribadito dalla Asl RM1 e dal Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, non è emergenziale.

Questo è quello che realmente stiamo facendo: stiamo portando avanti un piano di pulizia straordinario stilato con il nuovo CdA di Ama che ha già portato i primi importanti risultati. E nel frattempo abbiamo lavorato sul nuovo contratto di servizio di Ama. Un documento che, lo ricordiamo, prevede anche sanzioni ai dirigenti qualora il servizio di raccolta e pulizia non venga effettuato a regola d’arte.
Il comune di Roma la sua parte la sta facendo. La regione Lazio?
NODI
Ma la discarica che si sta usando attualmente - Colleferro - entro la fine del 2019 chiuderà. Il piano con i 13 impianti di Ama, con il vetrificatore che dovrebbe anche lavorare l'indifferenziato, per essere applicato ha necessità di molto tempo. Cosa succederà a Roma nei prossimi mesi? Il piano regionale indica la necessità di un impianto di trattamento, visto che non c'è più quello di via Salaria. In questo caso, si potrebbe ricorrere a impianti già esistenti. In parallelo corre il lavoro della cabina di regia, voluta dal ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, che doveva trovare una sintesi tra Roma Capitale e Regione. La data dell'incontro conclusivo con Raggi e Zingaretti non è ancora stata fissata.
Nel Lazio mancano gli impianti questo è il problema e in questi 5 anni non sono stati realizzati nemmeno uno. E i 13 impianti esistenti sono rimasti come sono.La colpa di chi è?

Ecco cosa dice la legge in merito alla gestione rifiuti e alla realizzazione degli impianti.
https://www.camera.it/parlam/leggi/deleghe/06152dl3.htm

La gestione e pianificazione della rete degli impianti è di ⚠️ESCLUSIVA COMPETENZA DELLA REGIONE LAZIO
Il compito del Comune è quello della raccolta dei rifiuti urbani che purtroppo va in crisi per mancanza di siti dove portare i rifiuti.
La necessità degli impianti è regolata dalla regione attraverso il piano rifiuti regionale che Zingaretti non aggiorna dalla chiusura di Malagrotta da ben 6 ANNI ma Zingaretti fa orecchie da mercante, tanto per l’opinione pubblica la colpa è della sindaca Virginia Raggi.

giovedì 13 giugno 2019

Questo bambino povero si è disegnato l’album di figurine. E la Panini lo premia





Non ha soldi per comprare l’album di figurine e se lo disegna da solo. La Panini lo scopre e gli fa una sorpresa
Pedro adora il calcio e sogna di avere unalbum di figurine dei suoi giocatori preferiti, ma non ha i soldi per comprarlo. Decide allora di disegnarselo da solo! La Panini lo viene a sapere e, toccata dalla vicenda, decide di fargli una piacevole sorpresa.
Questo ingegnoso bambino di 8 anni vive a Bauru, la città dove Pelé ha giocato all’inizio della sua carriera. Il piccolo è appassionato di questo sport come tanti suoi coetanei ma non ha la fortuna di essere nato in una famiglia con sufficienti risorse economiche per poter acquistare il classico album di figurine dei calciatori.
Fortunatamente, però, il piccolo è dotato di grande inventiva e creatività e, senza scoraggiarsi, decide di realizzare il proprio originalissimo album disegnandolo da solo, utilizzando un semplice quaderno senza copertina e ricalcando lo stile della Panini.
E, pensate, è riuscito a disegnare ben 126 figurine delle 682 che compongono l’album in commercio, raffigurando in maniera del tutto singolare campioni noti come Messi e Neymar ma anche gli stemmi delle varie nazionali e le squadre.


Inventano le scarpe GPS per localizzare gli anziani che soffrono di alzheimer

Poiché miliardi di persone si avvicinano ai 65 anni, si prevede che i tassi dei malati di Alzheimer continueranno a crescere in modo significativo già nel prossimo decennio. Per rendere più facile per i familiari tenere traccia di coloro che soffrono di demenza, la società di servizi di localizzazione personale GTX Corp ha collaborato con Aetrex, produttore di scarpe comfort, per produrre le scarpe GPS che consentono il rilevamento in tempo reale di chi le indossa.
GTX ha iniziato a produrre calzature per bambini con un chip GPS miniaturizzato e un dispositivo cellulare incorporato nella suola che consentiva ai genitori di tenere traccia della loro prole tramite un portale online, poi ha iniziato a offrire scarpe simili destinate ai corridori. Rendendosi conto che la tecnologia sarebbe stata utile anche per tenere traccia di coloro che soffrivano di demenza, la società ha collaborato con Aetrex per incorporare la sua tecnologia GPS in scarpe comfort e benessere per gli anziani.

sabato 8 giugno 2019

Funivie in città, il futuro della mobilità urbana



Funivie urbane una soluzione per la mobilità sostenibile



Le funivie urbane sono il nuovo trend della mobilità sostenibile in città

Le metropolitane e le tramvie di concezione moderna sono sicuramente degli ottimi mezzi di trasporto, ecosostenibili e veloci, ma in realtà urbane antiche come quelle italiane la loro costruzione spesso impatta con il ritrovamento di siti archeologici, questa situazione assieme ad altre problematiche è spesso causa di un allungamento dei tempi e dei costi di realizzazione.

Nasce così l’esigenza di cercare soluzioni alternative ed ecocompatibili per la gestione del traffico che nelle medie e grandi città italiane è un problema oramai ineludibile, ecco che da più parti vengono proposte le funivie urbane andiamo a scoprire di cosa si tratta facendo alcuni esempi di impianti già esistenti.


La Funivia urbana è una alternativa sostenibile per la viabilità delle nostre città

La recente proposta di costruirne una funivia urbana a Roma (anche Genova ne sta progettando una) nella tratta Battistini-Casalotti ha scatenato varie critiche e ironie la cui natura è più ideologica che comprovata da fatti concreti visto che mentre da noi se ne parla, con il solito teatrino politico a farne da triste contorno, in tante città europee e del mondo queste opere sono in fase di costruzione o addirittura sono già funzionanti come nel caso di Londra ( inaugurata nel 2012 in occasione delle Olimpiadi) e Ankara.

Quali sono i vantaggi delle funivie urbane?

I vantaggi del costruire funivie urbane sono appunto il non dover ricorrere a particolari scavi per realizzarle e non solo, ci sono anche minori infrastrutture a terra da collocare questo fa scendere di molto i costi di realizzazione e manutenzione, il costo di costruzione per chilometro si aggira sui 4 milioni di euro contro i più di 100 per una linea metropolitana.

La logica del trasporto è la stessa delle metropolitane e degli autobus, uno dei punti critici è però il limitato numero di persone che possono trasportare ovvero in media tra i 5 e i 20 passeggeri in base alla capienza delle cabine decisamente meno di una metropolitana ma anche di un autobus, altri punti critici sono la scelta dei percorsi dove far passare le funivie che non devono essere ovviamente troppo vicini alle abitazioni e agli uffici, vi possono poi essere criticità riguardanti l’impatto estetico di tali opere nel paesaggio urbano che però se si raffronta con gli ingorghi automobilistici a cui siamo abituati tutti i giorni viene in parte meno.

Il trasporto su funivie urbane si presenta non come un mezzo sostitutivo ma complementare dei classici sistemi di mobilità urbana.

Alcuni esempi di funivie urbane in giro per il mondo

Vogliamo presentarvi alcuni esempi di funivie urbane che consentono di migliorare la viabilità delle grandi città.

La teleferica di La Paz (una funivia urbana in Bolivia)


La capitale della Bolivia per le sue particolari caratteristiche montuose si è dotata negli ultimi anni di ben 4 linee di funivie urbane che collegano vari punti della città collegando il centro con i quartieri più poveri. Questa opera ha permesso di aiutare a decongestionare il traffico infernale tipico delle metropoli sudamericane ed a permettere facili spostamenti alle persone più disagiate da un punto all’altro della città trasportando milioni di passeggeri. Con una regolarità di una cabina ogni 10 secondi per tutta la durata della giornata la teleferica di La Paz riesce a trasportare circa 6000 persone l’ora.

La Funivia urbana di Londra: Emirates Air Line o London Cable Car (Londra – Uk)

Un’immagine della funivia urbana di Londra







Inaugurata nel 2012 in occasione delle Olimpiadi la funivia sul Tamigi è lunga circa un chilometro e cento metri e va da North Greenwich a Royal Docks in dieci minuti, si presenta sia come un’attrazione turistica che permette di sorvolare il fiume di Londra con una vista mozzafiato sia come un mezzo di trasporto che va ad integrarsi perfettamente con gli altri presenti nella capitale britannica riuscendo a trasportare circa 3000 persone l’ora

Roosevelt island tram – la funivia urbana di New York

Un’immagine della funivia urbana di New York



Si tratta di un’opera di vecchia data, inaugurata infatti nel lontano 1976 collega l’isola di Roosevelt con Manhattan precisamente con l’Upper Eastside. Lunga circa un chilometro è piuttosto veloce mettendoci meno di cinque minuti da un capo all’altro della linea, le cabine hanno una capienza di 110 persone è usata per tragitti turistici che dalle circa 15 mila persone che lavorano sull’isola.

Funivia urbana ad Ankara (Turchia)

Una immagine della funivia urbana di Ankara



Inaugurata nel 2014, costruita dalla ditta Sudtirorlese (Altoatesina) Leintner uno dei leader del settore con commesse nei quattro angoli del pianeta, è la maggiore funivia urbana del continente euroasiatico collega i quartieri di Sentepe e Yenimahalle con il sistema metropolitano della capitale turca. Conta di 106 cabine da 10 posti e due speciali cabine Vip, per un percorso di tre chilometri e duecento metri diviso in 4 stazioni, trasporta mediamente 2500 persone per ora. Si è cercato di realizzare un’opera che una volta pienamente operativa ha permesso di abbattere di circa l’80% i costi di esercizio tradizionali, con stazioni illuminate al led e con un design avveniristico.

La funivia di Montjuic di Barcellona (Spagna/Catalunya)

Una foto della funivia urbana di Barcellona



Risalente agli anni 70 ha avuto importanti lavori di ristrutturazione e ammodernamento nel 2007, si tratta di una delle due funivie urbane di Barcellona assieme a quella di Aeri del Port. Le cabine in funzione sono circa 55, collega il parco di Montjuic all’omonimo castello. Entrambe le funivie urbane della capitale catalana sono mezzi prettamente turistici che possono portare attorno alle 3000 persone all’ora.